Clicca qui per leggere l’articolo
Le aziende chiedono collaborazione, iniziativa, responsabilità, innovazione. Chiedono alle persone di esporsi, di prendere posizione, di condividere gli errori e mettere in discussione decisioni che non funzionano più.
Ma c’è una domanda che raramente chi governa le organizzazioni si pone: quanto costa fare la cosa giusta in questa organizzazione?
Che cosa significa concretamente?
Ci riferiamo a quanto costa contraddire il proprio responsabile. O ammettere un errore. O fare una domanda quando tutti sembrano aver già deciso. E a quanto costa portare un problema invece di nasconderlo. O interrompere un progetto che non sta funzionando invece che difenderlo a oltranza.
Ogni organizzazione assegna, spesso inconsapevolmente, un prezzo ai comportamenti che dichiara di desiderare. È un prezzo che si paga in reputazione, consenso, possibilità di carriera, appartenenza, esposizione personale. E, come in ogni economia, le persone imparano rapidamente a fare i propri conti…
[…]
Da questa prospettiva la sicurezza psicologica è la condizione che riduce il costo del contributo. Un luogo sicuro non è semplicemente un luogo dove c’è un buon clima relazionale e dove si coltiva il benessere. Nelle organizzazioni con elevata sicurezza psicologica non aumenta il coraggio. Semplicemente, dove si coltiva la sicurezza psicologica diminuisce il prezzo che le persone devono pagare per fare la cosa giusta.
[…]
Quando il prezzo del contributo supera quello dell’autoprotezione, le persone non smettono di impegnarsi. Smettono di esporsi. E da quel momento l’organizzazione non ottiene più i comportamenti che dichiara di valorizzare. Ottiene quelli che rende più convenienti.
[…]
Clicca sul pulsante in alto per leggere l’articolo completo di Marina Capizzi su Il Sole 24 Ore
