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Come stiamo riprogettando il lavoro attorno all’intelligenza artificiale?
Molte imprese stanno affrontando questa domanda come se fosse soprattutto una questione tecnologica. Ma la domanda strategica potrebbe essere un’altra: quanta capacità di pensiero vogliamo ancora mantenere dentro le organizzazioni? Quando si parla di AI, si segnala il rischio di una progressiva resa cognitiva individuale: se deleghiamo attività cognitive, tendiamo ad indebolirle. È un tema reale.
Ma la resa cognitiva non riguarda solo i singoli. Può riguardare anche le organizzazioni. Possiamo parlare di resa cognitiva organizzativa quando il problema non è ciò che il singolo smette di esercitare, ma ciò che il contesto smette di rendere conveniente. La differenza è sostanziale.
Nel primo caso, la persona delega progressivamente parte del proprio lavoro cognitivo. Nel secondo, il sistema rende economicamente più conveniente eseguire anziché interrogare, accettare anziché dubitare, accelerare anziché interpretare. È qui che il pensiero diventa sconveniente. Ed è qui che il rischio di disinvestimento cognitivo diventa strategico.
Le organizzazioni producono comportamenti prevedibili…
Articolo di Marina Capizzi e Tiziano Capelli pubblicato su Il Sole 24 Ore
