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Sembra che i giovani della Generazione Z non abbiano voglia di lavorare, ma la realtà è più complessa e chiama in causa tutti
“La Gen Z non ha voglia di lavorare”. Da tempo questa frase viene ripetuta come un verdetto. A volte con irritazione, altre con rassegnazione.
Le aziende lamentano la difficoltà di comprendere le nuove generazioni. Descrivono persone poco ambiziose, con poco rispetto della gerarchia, con scarsa propensione al sacrificio, molto attenti a difendere il confine tra lavoro e vita privata…
Potremmo liquidare la faccenda pensando, appunto, che i giovani non abbiano voglia di lavorare. Ma siamo sicuri che il problema sia questo? Forse sta accadendo qualcosa di più interessante. E più profondo.
La Gen Z è la prima generazione che non accetta un modo di intendere il lavoro che le generazioni precedenti non hanno mai messo in discussione. Lavoro come status sociale, dove il successo coincide con la carriera, dove carriera significa scalare la gerarchia, anche a costo di sacrificare la propria vita personale, gli affetti, le passioni, il riposo.
E se i giovani non stessero rifiutando il lavoro ma questo modo di pensarlo e di viverlo? Un lavoro dove spesso non si conosce il perché di tante attività, dove non si ha una visione chiara d’insieme e il senso e il valore del proprio contributo. Un modello fondato sull’idea che lavorare significhi soprattutto adattarsi, obbedire, stare al proprio posto. Un modello nel quale il valore di una persona coincide spesso con la sua disponibilità a sacrificarsi senza fare troppe domande…
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Articolo di Marina Capizzi pubblicato su Il Sussidiario
