PRIMATE Newsletter – Perché abbiamo bisogno di più rituali per stare meglio

28 Ago, 2026

*L’immagine è “Happy Tears” di Roy Lichtenstein

 

In un’epoca segnata da solitudine, isolamento, saturazione digitale e divisione, una delle risposte più potenti potrebbe essere anche una delle più antiche. I rituali accompagnano l’umanità da centinaia di migliaia di anni e continuano a svolgere una funzione essenziale: aiutare le persone ad attraversare i momenti di cambiamento insieme agli altri.

Bruce Feiler, autore di A Time to Gather: How Ritual Created the World—and How It Can Save Us, sostiene che oggi il bisogno di rituali sia addirittura maggiore rispetto al passato. In una società caratterizzata da percorsi di vita sempre meno lineari, le persone hanno bisogno di occasioni che permettano di segnare passaggi importanti, elaborare perdite, celebrare conquiste e affrontare nuove fasi dell’esistenza.

I rituali nascono per accompagnare il cambiamento. Le evidenze storiche mostrano che gli esseri umani si riuniscono da sempre per affrontare momenti di dolore, confusione e trasformazione. Quando qualcuno entra in un gruppo, attraverso una nascita o un matrimonio, oppure quando qualcuno lo lascia, attraverso una morte o un rito di passaggio, le comunità creano occasioni collettive per riconoscere e condividere quel momento.

Secondo Feiler, il problema è che molti di questi rituali stanno scomparendo. I rituali legati alla nascita sono in diminuzione, i riti di passaggio verso l’età adulta sono sempre meno diffusi e anche le pratiche che accompagnano matrimonio e morte stanno cambiando profondamente. Il risultato è una fase storica complessa per la coesione dei gruppi e delle comunità.

Allo stesso tempo, sta emergendo una nuova rinascita dei rituali. Durante un viaggio che lo ha portato in 16 Paesi distribuiti su sei continenti, Feiler ha osservato persone che stanno creando nuovi modi per riunirsi. Di fronte alla solitudine, alla polarizzazione e all’invasività della tecnologia, molte persone stanno scegliendo di costruire occasioni intenzionali di incontro per preservare il senso di umanità condivisa.

La ragione di questa urgenza è semplice. La solitudine e l’isolamento sono diventati fenomeni diffusi e persistenti. Le tecnologie che accompagnano la vita quotidiana sono spesso progettate per catturare attenzione, alimentare contrapposizioni e frammentare le relazioni. In questo scenario, i rituali rappresentano una sorta di algoritmo umano originario: un meccanismo che favorisce connessione, appartenenza e coesione sociale.

Per Feiler, qualunque sia il nemico — la solitudine, la divisione politica o persino l’Intelligenza Artificiale — la risposta resta la stessa: creare occasioni in cui le persone possano incontrarsi in modo significativo.

Ma cosa rende efficace un rituale? Secondo Feiler, ogni rituale ha bisogno di tre elementi fondamentali: un inizio, una parte centrale e una conclusione.

L’inizio deve creare una sensazione di ingresso in uno spazio speciale. Occorre stabilire un confine tra ciò che accade fuori e ciò che accade dentro il momento condiviso. Può essere una candela, un fiore, una canzone, un cerchio di persone o qualsiasi elemento che faccia sentire accolti e al sicuro.

Successivamente è necessario definire la tensione e l’intenzione. Il gruppo si riunisce per riconoscere un passaggio, non per risolverlo. Può trattarsi di accompagnare qualcuno verso la pensione, salutare una persona che lascia un’organizzazione, sostenere qualcuno durante una malattia o segnare l’inizio di una nuova fase della vita.

La parte centrale serve a creare connessione e a gestire eventuali differenze o tensioni. Feiler definisce il rituale una sorta di “prova generale del compromesso”: uno spazio in cui le persone trovano modi condivisi per stare insieme nonostante prospettive differenti. L’obiettivo non è eliminare le differenze ma renderle compatibili con il senso di appartenenza al gruppo.

Infine, ogni rituale deve concludersi con un momento di speranza. Le persone vengono invitate a immaginare una versione migliore di sé stesse, della relazione o della comunità di cui fanno parte. È questo elemento che permette al rituale di lasciare un segno duraturo.

L’importanza dei rituali emerge anche nei contesti educativi, sportivi e organizzativi. Un gruppo di bambini che si siede in cerchio all’inizio della giornata, una squadra che si riunisce prima di una competizione o un gruppo teatrale che condivide un momento prima di salire sul palco stanno svolgendo la stessa funzione fondamentale: creare una transizione tra mondi diversi e costruire allineamento.

I rituali aiutano le persone a rallentare, sincronizzarsi e sentirsi parte di qualcosa di più grande del singolo individuo. Creano confini, favoriscono la presenza e riducono le distanze che inevitabilmente emergono tra persone provenienti da esperienze differenti.

La novità di oggi è che molte persone non attendono più rituali definiti da istituzioni, tradizioni o calendari prestabiliti. Stanno invece costruendo rituali personalizzati, progettati dal basso, per rispondere a bisogni concreti della propria vita.

Che si tratti di una famiglia, di un team, di un gruppo di amici o di un quartiere, il principio rimane lo stesso: trasformare paura, incertezza o cambiamento in un’esperienza condivisa. In un momento storico in cui molte persone percepiscono la propria umanità come minacciata, il rituale diventa uno strumento per riaffermare il valore delle relazioni e della presenza reciproca.

 

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