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Molte aziende chiamano priorità l’elenco delle cose importanti a cui continuano ad aggiungere altre priorità. Ma una priorità è soprattutto ciò che autorizza a togliere, sospendere, rinviare o chiudere qualcos’altro, non una cosa in più da fare. Perché se tutto è prioritario, niente lo è davvero. Spesso l’equivoco nasce da una confusione: trattiamo obiettivi e priorità come se fossero la stessa cosa. Un obiettivo dice dove vogliamo arrivare. Una priorità dice a che cosa scegliamo di dare precedenza. E una priorità senza rinuncia aggiunge solo pressione, chiedendo alle persone di fare di più, più velocemente, con gli stessi vincoli.
Perché le aziende aggiungono priorità? Di solito per accelerare il cambiamento. Ma più fronti si aprono, più il sistema rallenta. La velocità non nasce dalla moltiplicazione delle iniziative. Nasce dalla chiarezza delle rinunce che permettono all’energia di concentrarsi. Se le priorità sono troppe, non aumenta la responsabilità. Aumenta la difesa.
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Dichiarare le priorità, quindi, è un atto di governo. E governare significa creare le condizioni perché le priorità abbiano uno spazio reale per essere realizzate: tempo, attenzione, risorse, potere decisionale, criteri di trade-off.
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La domanda decisiva diventa allora: di chi è la responsabilità della rinuncia?
La risposta è semplice: chi stabilisce una priorità deve chiarire anche che cosa può venire dopo. Se il vertice decide direttamente una priorità, la responsabilità della rinuncia e della sua comunicazione è del vertice. Se la priorità viene affidata a manager e team, allora devono avere anche l’autorità di sospendere, rallentare o chiudere attività meno rilevanti, venendo poi valutati sui risultati.
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E una delle condizioni decisive è lo spazio che si libera per realizzare una priorità.
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