Clicca qui per leggere l’articolo
Nonostante la nostra avversione al fallimento è necessario ripensare il nostro rapporto con l’errore. Dalla condivisione dei fallimenti alla loro classificazione, un approccio scientifico per ridurre gli errori distruttivi e valorizzare quelli intelligenti. Un percorso che include innovazione e sperimentazione, utile non solo nelle organizzazioni, ma in tutti gli ambiti della nostra vita.
Fallire non ci piace. C’è poco da fare. A noi umani, fallire, non piace. Anche se il proverbio dice “sbagliando si impara”, il fallimento ci scombussola, persino quando ha piccole conseguenze. E neanche amiamo veder fallire gli altri (eccetto quelli che consideriamo nostri nemici). Alzino la mano i genitori che si sentono orgogliosi quando una figlia, un figlio porta a casa un brutto voto o non passa un esame. Si dichiarino gli insegnanti che danno ai loro studenti la possibilità di sbagliare come metodo di apprendimento.
Si contino i manager e le manager che incoraggiano i collaboratori a sperimentare assumendosi il rischio di fallire. L’errore ci fa arrabbiare, ci delude, ci fa perdere fiducia negli altri, ci fa sentire inadeguati, provoca vergogna, rimorsi, solitudine. E, soprattutto, ci fa sentire in colpa. Allora, quando sbagliamo, la prima cosa che ci viene da dire è: “non sono stata/o io!”. Ricordiamoci da dove veniamo. La matita rossa e blu della maestra: blu, errori meno gravi; rosso, gravissimi. A scuola è l’assenza di errori che distingue chi è bravo.
E in famiglia? Qualcuno ha genitori che hanno mai organizzato una festa per celebrare un vostro fallimento? Nelle organizzazioni le cose non vanno diversamente. In azienda “successo” è l’opposto di “fallimento”: ovvio, no? Non illudiamoci.
La maggior parte delle culture considera negativamente l’errore. Con alcune sfumature, certo. In Italia, un curriculum segnato da fallimenti porta dritto ad un giudizio negativo. In America, lo sappiamo, lo stesso curriculum avrebbe buone probabilità di essere letto positivamente in termini di intraprendenza e assunzione di rischi. Ma Amy Edmondson è americanissima. E negli Stati Uniti è ambientata la sua trentennale ricerca.
Articolo di Marina Capizzi e Tiziano Capelli pubblicato su Famiglia Cristiana https://www.famigliacristiana.it/attualita/il-fallimento-come-chiave-di-successo-scienza-e-pratica-per-imparare-dagli-errori-uut3qsvv
