PRIMATE Newsletter – Siamo sicuri che ci servano tutti questi dati per decidere?

5 Giu, 2026

*L’immagine è “Hey You” di Roy Lichtenstein

 

Viviamo in un contesto in cui il dato è diventato sinonimo di qualità decisionale. Più informazioni raccogliamo, più pensiamo di poter decidere meglio. Eppure, questa equazione implicita nasconde un limite crescente: l’accumulo di dati non aumenta automaticamente la qualità delle decisioni, ma spesso ne aumenta solo il costo e la complessità.

Nel lavoro, nella leadership e nelle organizzazioni, questo si traduce in una tensione concreta. La spinta a raccogliere sempre più dati convive con la necessità di decidere in tempi e condizioni che non permettono una conoscenza perfetta, creando sistemi sempre più pesanti e, paradossalmente, meno efficaci.

Il punto di partenza è chiaro. Non tutte le decisioni richiedono grandi quantità di dati: richiedono i dati giusti. La differenza non è quantitativa, ma qualitativa. Questo sposta radicalmente il modo in cui viene interpretato il paradigma data-driven.

Un approccio emergente ribalta la logica dominante. La domanda non è più “quanti dati possiamo raccogliere?”, ma “quali dati servono davvero per decidere?”. Questo cambio di prospettiva introduce un concetto operativo potente: la selettività.

Alla base di questa trasformazione c’è un limite strutturale dei modelli decisionali. Ogni decisione avviene sotto condizioni di incertezza, perché molti dati non sono disponibili con precisione, ma solo come stime o intervalli. Più queste incertezze aumentano, più la qualità della decisione si riduce.

Il modo tradizionale per affrontare questo problema è semplice: raccogliere più dati. Ma ogni nuova informazione ha un costo, e non tutte riducono l’incertezza in modo rilevante per la decisione finale. Questo genera uno spreco invisibile, fatto di analisi, tempo e risorse che non producono reale valore.

La questione diventa quindi più sofisticata. Non tutta l’incertezza è uguale: solo una parte di essa è realmente critica per arrivare alla soluzione ottimale. Il lavoro decisionale efficace consiste nell’identificare proprio quella parte.

Questo è evidente nei contesti complessi. Quando le variabili sono molteplici e interdipendenti, aumentare indiscriminatamente i dati non chiarisce il problema, ma può renderlo più opaco, introducendo rumore invece che informazione utile.

Un esempio tipico riguarda decisioni infrastrutturali o di sistema. Non è realistico analizzare ogni possibile variabile con lo stesso livello di profondità, perché alcune influenzano il risultato in modo marginale, mentre altre sono determinanti. La difficoltà sta nel distinguerle prima di investire risorse.

Qui emerge un principio controintuitivo. Due dati altamente rilevanti possono avere più valore di milioni di dati marginali. La qualità informativa non è distribuita uniformemente: è concentrata.

Questo porta a una nuova logica decisionale. L’obiettivo non è ridurre tutta l’incertezza, ma ridurre l’incertezza che conta davvero. È una differenza sottile, ma decisiva.

Tradizionalmente, molti approcci affrontano questo problema in modo sequenziale. Si raccolgono dati, si analizzano, si decide dove cercare ancora, in un ciclo continuo di adattamento. Questo modello funziona in alcuni contesti, ma presenta limiti operativi evidenti.

In molte organizzazioni, infatti, non è possibile aspettare l’esito di ogni fase prima di procedere alla successiva, perché tempi, costi e complessità renderebbero il processo insostenibile. Il lavoro reale richiede decisioni parallele, non sequenziali.

Da qui nasce un’alternativa più pragmatica. Identificare in anticipo il set minimo di dati sufficiente per arrivare a una decisione ottimale, evitando raccolte ridondanti e focalizzando l’analisi su ciò che realmente incide.

Questo approccio introduce un concetto chiave: dataset minimo sufficiente. Non il massimo delle informazioni disponibili, ma il minimo necessario per decidere bene. È un cambio di paradigma che trasforma il rapporto tra dati e decisione.

Le implicazioni sono operative. Invece di esplorare tutte le opzioni, si individuano le aree dove raccogliere informazioni genera il maggiore impatto sulla decisione, ottimizzando tempo e risorse. Questo vale in diversi ambiti. Dalla selezione delle persone, alla gestione delle supply chain, fino a progetti complessi, la capacità di selezionare i dati rilevanti diventa una competenza distintiva.

Un ulteriore livello di complessità riguarda i vincoli economici. Non sempre è possibile perseguire la soluzione ottimale: spesso le organizzazioni devono operare entro limiti di budget, accettando soluzioni “sufficientemente buone”. Questo introduce un trade-off esplicito. La qualità della decisione dipende dal tipo e dalla quantità di dati disponibili, ma anche dalle risorse che si è disposti a investire per ottenerli. Non esiste una soluzione universale, ma una relazione dinamica tra questi elementi.

In questo scenario, il concetto di efficienza dei dati assume un ruolo centrale. Decidere meglio non significa avere più dati, ma usare meglio quelli che contano, riducendo sprechi e aumentando l’impatto.

Le implicazioni si estendono anche ai sistemi più avanzati. Modelli che utilizzano enormi quantità di dati comportano costi crescenti, fino a raggiungere limiti pratici ed energetici, rendendo sempre più urgente una riflessione sulla selettività. Questo porta a una domanda strategica. Se i dati non sono una risorsa infinita e gratuita, quali sono davvero quelli necessari per generare valore? La risposta non è tecnica, ma decisionale.

Per le organizzazioni, il cambiamento è profondo. Passare da una logica di accumulo a una logica di selezione significa ripensare il modo in cui si progettano analisi, modelli e processi decisionali. Non è un’ottimizzazione marginale, ma un cambio di mentalità.

In un contesto in cui la complessità aumenta e le risorse restano finite, questo approccio diventa sempre più rilevante. La capacità di individuare i dati che contano rappresenta un vantaggio competitivo, perché consente di decidere meglio, più velocemente e con meno sprechi.

 

Clicca qui per leggere l’articolo completo di Omar Bennouna, Amine Bennouna, Saurabh Amin e Asuman Ozdaglar sulla Kellogg Insight

**La presente sintesi è stata realizzata con l’IA e rivista dai consulenti PRIMATE.
***Dietro ogni newsletter c’è il lavoro che facciamo ogni giorno con tutti i clienti. Se questi temi riguardano anche la tua realtà, parliamone insieme: info@primate.consulting
****A lungo abbiamo adottato un linguaggio inclusivo, usando anche la vocale schwa (ə). Diversi lettori ci hanno però segnalato che questo rendeva gli articoli meno scorrevoli, perciò abbiamo scelto di tornare a una forma al maschile per favorire la lettura. PRIMATE resta profondamente sensibile ai temi di Diversity, Equity & Inclusion e continuerà a promuovere una cultura organizzativa rispettosa e inclusiva, in ogni sua forma.