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Da decenni attribuiamo la complessità al mondo: mercati instabili, tecnologie che accelerano, clienti imprevedibili, interdipendenze crescenti, innovazione continua, sovraccarico informativo. Tutto vero. Ma, oggi, molte organizzazioni non falliscono perché il mondo è complesso. Falliscono perché continuano a decidere lontano da dove l’esigenza si manifesta, aggiungendo così complessità interna a quella esterna.
Più che la complessità del mondo, quindi, la sfida potrebbe essere la complessità generata dall’architettura decisionale con cui l’affrontiamo.
Nelle organizzazioni contemporanee, le criticità e le opportunità emergono continuamente nei luoghi più vicini all’azione: nella relazione con i clienti, nei processi operativi, nei team tecnici, nei punti vendita, nelle unità produttive. Ovunque le persone intercettino anomalie, eccezioni, micro-variazioni, segnali deboli di opportunità e di minacce.
È lì che il sistema entra realmente in contatto con la realtà.
Eppure, in molte aziende, chi vede non decide e chi decide non vede.
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Articolo di Marina Capizzi pubblicato su Caos management
