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Negli ultimi decenni le aziende hanno vissuto molti cambiamenti: continui progetti di change management, frequenti riorganizzazioni, evoluzione tecnologica costante, ma la logica che sta alla base del funzionamento
aziendale della gerarchia, di fatto, non ha avuto alcuna evoluzione sostanziale. Le nostre organizzazioni hanno da sempre una struttura gerarchica che, in sintesi, funziona così: il potere decisionale è conferito ai ruoli e aumenta salendo, mentre la prossimità con i clienti aumenta scendendo.
Da un lato, questo crea una grande distanza tra problemi e decisioni perché, per essere risolti, i problemi devono risalire la piramide per approdare sui tavoli dei decisori, rallentando enormemente la capacità di risposta del sistema. Dall’altro lato questo tipo di gerarchia, che abbiamo ereditato dal passato, separa chi pensa da chi fa, chi decide da chi “esegue”, chi è responsabile e controlla da chi realizza.
È di questo che hanno bisogno oggi le nostre imprese? Nel mio libro “Non morire di gerarchia”, (Franco Angeli), propongo un “esame della vista” per mettere a fuoco i costi della gerarchia, che continuiamo a mantenere sostanzialmente intatta anche se nata in mondi che non esistono più, dove era l’offerta che guidava la domanda e il cambiamento era lento e prevedibile
Articolo di Marina Capizzi pubblicato sul Giornale delle Assicurazioni
