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Mai come in questi mesi di pandemia si coglie la diffusa percezione che nelle aziende si perda tempo in riunioni inutili. Si calcola che durante gli incontri, in particolare quelli digitali, il 90% dei partecipanti pensi anche ad altro e il 75% faccia anche altro.
E allora occorre abbandonare Zoom e le piattaforme che ci hanno accompagnato durante l’emergenza? No, ma bisogna attrezzarsi per fare meno riunioni e soprattutto per organizzarle meglio. Il tema è talmente sentito che è stato affrontato da Marina Capizzi e Tiziano Capelli nel saggio, ironico nel titolo ma serissimo nei contenuti, “Non morire di riunioni” (Franco Angeli).
«Si dice che, da quando è iniziato lo smartworking, si è smesso di lavorare perché si è sempre in riunione – spiega Capizzi – In effetti, si è connessi in video senza sosta, dalla mattina alla sera, anche quando servirebbe fermarsi, riflettere, e dedicarsi alla realizzazione di attività individuali. Finisce la giornata e spesso abbiamo la sensazione di aver combinato poco, proprio perché il lavoro non può essere svolto sempre e solo in riunione».
Articolo di Marina Capizzi pubblicato su Imprese e Territorio
