The Aristocracy of Talent. How meritocracy made the modern world

Cosa dice di importante questo libro
Mike Jakeman, giornalista che ha lavorato per PWC e ha fatto parte dell’Economist Intelligence Unit, ha letto e recensito per Strategy and Business di giugno il libro “The aristocracy of Talent”, di Adrian Woolridge. Ne riportiamo le parole, che ben riassumono la parabola che il concetto di meritocrazia  ha avuto nella storia e soprattutto quello che, secondo l’autore, è il rischio che ci attende se non riusciamo a riportare questo concetto al centro delle agende sociali, politiche ed economiche.

Struttura e contenuti
“Nel XII e XIII secolo, Venezia era la città più ricca d’Europa. Situata in una palude poco promettente, è riuscita a superare i suoi svantaggi geografici, abbracciando, tra le altre cose, il talento dei suoi cittadini. Mentre il resto del continente era legato a monarchi e reggenti ereditari, Venezia era governata da un doge eletto guidato da un consiglio di saggi. Le istituzioni della città promuovevano i lavoratori sulla base delle capacità, mentre i marinai veneziani guadagnavano e investivano i loro proventi nella costruzione della città. Ma all’inizio del XIV secolo, l’élite della Serenissima cambiò approccio. Rendendosi conto che la mobilità sociale richiedeva un movimento di classe verso il basso così come verso l’alto, un gruppo di famiglie potenti cercò di preservare lo status quo e iniziò “la serrata“, la chiusura. I migranti non erano più i benvenuti. Il commercio passò sotto il controllo dello Stato. La popolazione si ridusse. L’era della preminenza di Venezia era finita.

Venezia viene citata alla fine di “The Aristocracy of Talent” come un racconto ammonitore. Adrian Wooldridge, redattore politico dell’Economist e autore di una serie di libri con l’ex collega John Micklethwait, crede che le economie avanzate di oggi, principalmente gli Stati Uniti e il Regno Unito, si stiano dirigendo verso un destino simile. Come Venezia, queste potenti economie arrivarono gradualmente ad abbracciare la meritocrazia come loro principio guida, solo per permettere ai meritocrati di successo di truccare il sistema, creando un’ondata di risentimento e rabbia. È stata questa frustrazione, sostiene Wooldridge, che ha spinto Donald Trump alla Casa Bianca e ha portato il Regno Unito fuori dall’UE.

Per Wooldridge, la corruzione della meritocrazia è una tragedia. L’autore crede che basare l’avanzamento societario sul talento e sulla concorrenza, eliminando la discriminazione e fornendo pari opportunità a tutti, sia il modo migliore per conciliare le esigenze della società di essere sia efficiente che giusta, morale e differenziata. L’autore riconosce che la mobilità sociale gli ha permesso di passare da una scuola qualsiasi di paese ad Oxford, e a una lunga carriera come giornalista e autore. Ma è anche consapevole della sua fortuna. In effetti, Wooldridge è diventato maggiorenne proprio nel momento della storia in cui la meritocrazia era al suo massimo splendore, appartenendo alla generazione del secondo dopoguerra che ha goduto l’apice della concorrenza aperta, prima che l’ascesa meritocratica delle persone venisse stroncata.

“The Aristocracy of Talent” è sia la storia esaustivamente elaborata di un’idea, che l’analisi multifattoriale dell’impatto che essa ha avuto nella sua esecuzione imperfetta. Wooldridge identifica la Repubblica di Platone come l’origine del concetto di meritocrazia, in cui il filosofo ateniese immaginava una società gestita da un’élite intellettuale, “che ha la capacità di pensare più profondamente, vedere più chiaramente e governare più giustamente di chiunque altro”. La classe dirigente di Platone si rivolgeva ad ogni generazione, e valorizzava le donne tanto quanto gli uomini. Wooldridge trova tendenze meritocratiche anche in altre società premoderne, tra cui la Cina, che ha iniziato nel quinto secolo ad usare esami per reclutare funzionari pubblici.

Ma fu l’espansione dello stato in Europa nel primo periodo moderno che vide la meritocrazia prendere piede per la prima volta, anche se in modo paradossale. Con l’espansione degli stati, la domanda di burocrati capaci superava la capacità dell’aristocrazia nel produrli. La soluzione fu quella di guardare in basso e offrire patrocinio a persone di basso livello sociale, ma di talento. Uomini come il drammaturgo francese Jean Racine, il diarista londinese Samuel Pepys, l’economista Adam Smith e il braccio destro di Enrico VIII, Thomas Cromwell, ottennero il loro posto nella società per puro favoritismo. Ma seppur non ci fosse nulla di equo nel modo in cui questi uomini hanno avuto le loro opportunità, la loro eccellenza ha permesso di sviluppare un impegno maggiore nell’identificare il talento nelle classi inferiori.

Wooldridge sostiene che ciascun evento cataclismatico, dalle rivoluzioni nel Regno Unito, in Francia e in America, alle due guerre mondiali nel XX secolo, ha permesso di far progredire il principio meritocratico al punto in cui il “patrocinio”, che una volta era considerato un concetto pericoloso ed eretico, è stato abbandonato in favore della concorrenza aperta. Ma l’età dell’oro della meritocrazia raggiunta nella metà del 20° secolo, che comprendeva la promozione delle scuole pubbliche nel Regno Unito, la fondazione dell’Ecole Nationale d’Administration in Francia e la diffusione dei test SAT negli Stati Uniti, fu breve. Furono sollevate obiezioni, prima dalla sinistra e poi dalla destra. Nello specifico, i liberali sostenevano che bisognerebbe usare test standardizzati, come il QI e l’esame 11-plus, per identificare il talento dato che le persone sono un connubio tanto della loro educazione, quanto dalla loro natura, e le circostanze che riguarda la prima sono spesso disuguali.

Ma i tentativi di trovare soluzioni collettive per affrontare gli svantaggi all’interno della comunità raramente si sono rivelati soddisfacenti. Wooldridge respinge l’affermative-action [politica di supporto alle minoranze in USA] come una strategia per aiutare a rimediare alle ingiustizie della schiavitù, sostenendo che molte università, “la trattavano come una imposizione e, dopo averli reclutati, lasciavano gli studenti dell’affermative-action in balia degli eventi”. I liberali erano consapevoli del problema, espresso concisamente dal presidente degli Stati Uniti Lyndon Johnson nel suo discorso di commiato alla Howard University nel 1965, ma trovare una soluzione era molto difficile. Nel suo discorso, Johnson disse: “non si prende una persona che per anni è stata bloccata da catene, la si libera, e la si porta sulla linea di partenza, per poi dire: ‘sei libero di competere con tutti gli altri’ credendo anche di essere nel giusto”.

Nel frattempo, la destra guardava con sgomento una generazione di meritocrati intellettuali, globalizzati, intollerabilmente autocompiacenti (i contemporanei di Wooldridge) agire con fiducia incondizionata su una serie di disastri epocali, compresa la crisi finanziaria globale del 2008-2009. Contemporaneamente, una serie di scandali di livello inferiore, tra cui Enron, LIBOR, le spese dei parlamentari e le intercettazioni telefoniche da parte dei giornalisti hanno dimostrato che la bussola morale dei meritocrati era smagnetizzata.

Wooldridge, seppur solidale con entrambi i gruppi, rimane un fautore della meritocrazia fatta bene. Crede che il primo tentativo verso un sogno meritocratico sia fallito perché i suoi promotori non erano abbastanza forti. Nel discutere la spinta verso la meritocrazia nel XIX secolo, afferma come “i vecchi atteggiamenti spesso si sono ripresentati, corrompendo gli stessi meritocrati che avrebbero dovuto allontanarli. La borghesia in ascesa scimmiottò il modo di fare dell’élite, mandando i loro figli in scuole antiche, premendo per farli entrare in confraternite esclusive”. È sorprendente quanto poco sia cambiato. Wooldridge cita uno studio che sottolinea come i figli degli ex-alunni hanno più di sei volte maggiori probabilità di ottenere un posto in uno dei college d’élite degli Stati Uniti rispetto a quelli senza legami familiari.

Durante l’era d’oro degli Stati Uniti, un gruppo di industriali ha avuto così tanto successo nel costruire vaste fortune dal nulla che “alla fine sono diventati una sfida allo spirito meritocratico dell’America” minacciando di ridurre l’accesso al capitale per tutti gli altri. Ma ci fu un improvviso cambiamento morale. L’amministrazione di Teddy Roosevelt rese la tassazione più progressista e fece fallire i trust commerciali. I “baroni” cominciarono a spendere la loro ricchezza in beni pubblici come università e biblioteche. I college della Ivy League sperimentarono l’educazione professionale. Il governo iniziò a misurare coi test le capacità degli aspiranti dipendenti pubblici. Wooldridge è insolitamente vago su ciò che ha fornito l’impulso per questo cambiamento. Sembra semplicemente che sia successo. Questa è un’omissione deludente in un libro altrimenti completo, dato che l’autore ripone le sue speranze per una rinascita della meritocrazia negli anni a venire in un simile rinnovamento morale. Senza tale cambiamento, la sua profezia veneziana per il declino dell’Occidente sembra essere probabile.”

Conclusioni
In un’epoca in cui il valore della competenza (e di conseguenza del merito raggiunto attraverso di essa) è messo in discussione a vari livelli, sociale, politico, economico), la ricerca e l’analisi di Woolrich ci mostra come più che la competenza in sé è il modo in cui è stata usata, disattendendo i principi su cui si fonda la meritocrazia, che andrebbero ripensati. Come? Una domanda interessante per chiunque si occupi di formare, sviluppare, far crescere persone ed organizzazioni  e debba e contribuire a costruire un mondo in cui i Talenti possano trovare le condizioni migliori per fiorire, indipendentemente dalla propria origine.

Recensione di Mike Jakeman (originale qui)