Wall & Street recensisce Il giusto errore

26 Giu, 2024

 

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La società occidentale è fondata soprattutto sul concetto di verità, che noi abbiamo ereditato dalla tradizione filosofica greca. Abbiamo un vero che è assolutamente oggettivo e il vero di Platone è il conseguimento di una verità oggettiva per cui finché siamo nell’errore siamo in una condizione di minorità.

Il Cristianesimo ci porta, appunto, a uscire da una condizione di errore, in questo caso il peccato. Il primo a mettere in discussione questi principi è stato Galileo Galilei perché il metodo scientifico da lui teorizzato si basa appunto sulla possibilità di sbagliare, si ha un’idea e poi la si verifica con un esperimento.

Però, in Galileo abbiamo un concetto di verità come concordanza tra il nome che diamo alle cose e la realtà stessa delle cose e, in questo caso, il Novecento ha completamente destrutturato quest’idea perché Karl Popper ha sostanzialmente codificato il concetto di scienza come appunto la possibilità del fallimento.

Una teoria scientifica è tanto più scientifica quanto più qualcuno può contraddirla. Se un qualcosa si pone come verità assoluta allora cominciano ad esserci dubbi sulla sua scientificità. Poco dopo è arrivato un autore, un grande filosofo tedesco, che poi ha condizionato tutto il nostro pensiero contemporaneo, si chiamava Martin Heidegger, che ha sostanzialmente cancellato il concetto di verità per riportarlo al concetto greco di aletheia, che significa disvelamento, quindi l’errore è una condizione naturale della nostra esistenza, l’errore è una condizione ontologica che ci caratterizza e dunque noi non dobbiamo viverlo come un qualcosa che ci pone in una condizione di colpa, di peccato ma lo dobbiamo accettare e dobbiamo diciamo armonicamente collegarci a quello che abbiamo intorno.

La società occidentale è fondata, soprattutto, sul concetto di verità intesa come adaequatio rei et intellectus, ma Heidegger ha definito l’errore come una condizione naturale della nostra esistenza, l’errore è una condizione ontologica che ci caratterizza e dunque noi non dobbiamo viverlo come un qualcosa che ci pone in una condizione di colpa, di peccato ma lo dobbiamo accettare e dobbiamo armonicamente collegarci a quello che abbiamo intorno e vedremo che la verità prima o poi si scopre.

Marina Capizzi, co-founder di Primate Consulting, ha scritto insieme a Tiziano Capelli la prefazione all’edizione italiana de «Il giusto errore», un best seller di Amy Edmondson individuato dal Financial Times come libro dell’anno nel settore business e che parla di un concetto che ormai è abbastanza introiettato nella nostra società che è quella della possibilità di sbagliare, di fallire.

 

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